Mercedes SLS AMG

L’ultima ali di gabbiano

di Filippo Montini tempo di lettura previsto 10 minuti

Ci sono automobili che nascono per essere semplicemente veloci, e altre che diventano simboli. La Mercedes SLS appartiene alla seconda categoria. Non è stata soltanto una supercar prodotta negli anni Duemila: è stata la reinterpretazione moderna di uno dei miti assoluti dell’automobile, la 300 SL “ali di gabbiano”, e forse l’ultima vera sportiva analogica della Stella.

Per capire la SLS bisogna tornare indietro di oltre mezzo secolo, quando Mercedes costruì una delle auto più affascinanti di tutti i tempi.La 300 SL del 1955: nascita di un mito

La 300 SL del 1955: nascita di un mito

Nel 1954 Mercedes presentò la 300 SL Coupé, la famosa W198, che divenne immediatamente un’icona. Non era solo una sportiva veloce: era un oggetto tecnico, estetico e culturale.

Le sue celebri porte ad apertura verticale non erano un esercizio stilistico, ma una necessità tecnica. Il telaio tubolare, derivato dalle auto da competizione, aveva longheroni laterali molto alti che rendevano impossibile montare portiere tradizionali. La soluzione fu quella delle porte incernierate sul tetto: nacquero così le leggendarie “ali di gabbiano”.

Due motori simbolo: dal sei cilindri della 300 SL al V8 della SLS

La 300 SL non fu solo una sportiva veloce. Fu una delle prime vere supercar della storia con motore 6 cilindri con iniezione diretta capace di portare la vettura a oltre 25okm/h di velocità massima unito al design rivoluzionario che celava un altrettanto telaio spettacolare a traliccio e una immagine veramente glamur.

Diventò immediatamente l’auto di attori, industriali, sportivi e personalità della jet set. Ancora oggi rappresenta una delle Mercedes più desiderate e riconoscibili mai costruite.Due motori simbolo: dal sei cilindri della 300 SL al V8 della SLS

Se il design delle ali di gabbiano crea il legame visivo tra la 300 SL degli anni ’50 e la SLS moderna, è sotto il cofano che si nasconde un altro parallelo affascinante: quello tra due motori simbolo di epoche diverse, ma entrambi espressione del massimo della tecnica Mercedes.

La 300 SL del 1955 montava un raffinato sei cilindri in linea con soluzioni tecniche all’avanguardia per l’epoca. Tra queste spiccava la distribuzione desmodromica, un sistema in cui le valvole non venivano richiamate da una molla, ma comandate meccanicamente sia in apertura sia in chiusura.

Il termine “desmodromico” deriva dal greco:

dromos = corsa

desmos = legame

In pratica, indica un sistema in cui il movimento delle valvole è “legato” meccanicamente in entrambe le direzioni, senza affidarsi alla forza elastica delle molle.

Negli stessi anni, anche in Italia si esplorava questa soluzione tecnica. Alla Ducati, l’ingegner Fabio Taglioni stava sviluppando proprio la distribuzione desmodromica, che sarebbe poi diventata un vero marchio di fabbrica della casa bolognese.

Un’altra soluzione straordinaria per l’epoca era l’iniezione meccanica diretta. Negli anni ’50, quando quasi tutte le auto sportive utilizzavano ancora carburatori, la 300 SL adottava un sistema derivato dall’aeronautica, capace di garantire maggiore precisione nell’alimentazione e prestazioni superiori.

Se la 300 SL degli anni ’50 colpiva per la raffinatezza del suo sei cilindri e per l’iniezione meccanica, dal punto di vista della dinamica di guida restava comunque figlia del suo tempo. Le prestazioni erano straordinarie, ma l’impianto frenante, ad esempio, era ancora a tamburi, una soluzione oggi impensabile su una vettura di quel livello.

Con la SLS, oltre mezzo secolo dopo, il salto tecnico è totale.

Il cuore della vettura è il grande V8 aspirato da 6,2 litri, assemblato a mano secondo la filosofia AMG “one man, one engine”, ma attorno a quel motore ruota una meccanica moderna e sofisticata, pensata per unire prestazioni estreme e comfort da vera Mercedes.Curiosamente, Mercedes decise di chiamarlo “6.3”, nonostante la cilindrata reale fosse inferiore.

Il richiamo era diretto alla prima vera AMG della storia: la celebre Mercedes 300 SEL 6.3 AMG basata sulla berlina W109, equipaggiata con un enorme V8 da 6.300 cm³. Quella vettura segnò l’inizio della leggenda AMG, allora piccola officina specializzata in elaborazioni ad alte prestazioni.

Con la SLS, il cerchio si chiudeva: un motore chiamato 6.3 come omaggio alla prima AMG, e soprattutto la prima vettura progettata interamente da AMG, non una semplice elaborazione di un modello esistente.

La trasmissione è di tipo transaxle, con il cambio montato posteriormente per migliorare la distribuzione dei pesi. Si tratta di un doppia frizione a 7 rapporti, capace di adattarsi a due anime completamente diverse cambiate fulminee e passadi marcia morbidi e confortevoli nella guida quotidiana

Attraverso il comando AMG dedicato, il pilota può scegliere tra cinque livelli di funzionamento, passando da un comportamento estremamente sportivo a uno più rilassato e turistico, nel pieno spirito delle grandi granturismo della Stella.

Le prestazioni sono di assoluto rilievo:

  • 0–100 km/h in meno di 4 secondi
  • velocità massima fino a circa 317 km/h nella versione standard
  • oltre 330 km/h nelle versioni più estreme come la Black Series

A sostenere queste prestazioni, molte SLS sono dotate di impianto frenante carboceramico, capace di garantire spazi d’arresto ridottissimi e una resistenza allo sforzo praticamente da vettura da competizione.

Il contrasto con la 300 SL degli anni ’50 è evidente e affascinante:allora, motore e telaio sofisticato ma freni a tamburo oggi, V8 aspirato brutale, cambio a doppia frizione e freni carboceramici

Due epoche diverse, due filosofie tecniche lontane tra loro, ma unite dallo stesso obiettivo: costruire una vettura capace di stupire per prestazioni, innovazione e carattere.

In questo dialogo tra passato e presente, la SLS non è solo l’erede estetica della 300 SL, ma la sua evoluzione tecnica naturale, il punto più alto raggiunto dalla tradizione delle grandi Mercedes sportive prima dell’arrivo dell’era turbo e ibrida,infatti con la generazione successiva, Mercedes passò a V8 da 4.0 litri biturbo, più efficienti ma meno emozionali. Se le prestazioni restarono elevate, il carattere cambiò: il suono rabbioso e metallico del V8 aspirato della SLS lasciò spazio a un’unità più filtrata e tecnologica.

In questo senso, la SLS rappresenta l’ultima grande AMG con un V8 aspirato costruito a mano,un auto analogica in un mondo

La 300 SL e la SLS tra Hollywood, principesse e miti della musica

Negli anni ’50 la Mercedes 300 SL non era soltanto un’auto veloce o tecnicamente avanzata: era un vero simbolo di status internazionale. Non sorprende quindi che molti dei nomi più celebri del cinema, della musica e della politica dell’epoca ne fossero affascinati.

A Hollywood, il primo a innamorarsene fu Clark Gable, il “Re di Hollywood”, che possedeva una 300 SL Gullwing del 1955 e successivamente anche una Roadster. La sua vettura, anni dopo, sarebbe stata battuta all’asta per una cifra vicina ai due milioni di dollari, a conferma del valore iconico del modello.

Tra le attrici europee, il fascino della 300 SL conquistò anche Romy Schneider, la celebre “Principessa Sissi”, che fu tra le proprietarie della versione ad ali di gabbiano. Allo stesso modo, Gina Lollobrigida e Sophia Loren simbolo della bellezza italiana nel mondo, fu legata all’immagine elegante e sofisticata delle SL, contribuendo a rafforzarne il mito negli anni della Dolce Vita.

Non mancavano le grandi star della musica. Elvis Presley, il Re del Rock and Roll, rimase affascinato dalla tecnologia e dallo stile della Gullwing, mentre il celebre direttore d’orchestra Herbert von Karajan, grande amante della velocità e delle auto sportive, scelse proprio una 300 SL per i suoi spostamenti personali.

Anche nel mondo del cinema americano la 300 SL trovò estimatori importanti. Attori come Tony Curtis e Natalie Wood furono tra i proprietari della Roadster, spesso avvistata davanti agli studi cinematografici o nei quartieri più esclusivi di Los Angeles.

Persino la politica internazionale non restò immune al fascino della Gullwing. Tra i primi proprietari illustri figurò Juan Perón, presidente argentino, a dimostrazione di come la 300 SL fosse diventata, in pochi anni, un simbolo globale di prestigio.

In quegli anni, possedere una 300 SL significava appartenere a un’élite ristretta e internazionale. Non era soltanto un’automobile, ma un segno distintivo, un oggetto capace di unire: tecnologia da competizione,design rivoluzionrio facino mondano.

Un mix irripetibile che trasformò la 300 SL in una vera star del jet set mondiale, e che mezzo secolo dopo Mercedes avrebbe cercato di evocare con la SLS.
Come accadde negli anni ’50 con la 300 SL, anche la SLS non rimase confinata ai saloni dell’auto o alle piste, ma entrò rapidamente nell’immaginario del jet set internazionale.

Le sue porte ad ali di gabbiano, così teatrali e scenografiche, la resero una delle auto preferite da attori, sportivi e collezionisti. Aprire quelle portiere in un parcheggio o davanti a un ristorante significava, come negli anni ’50, trasformare un gesto quotidiano in una piccola scena da film.

La SLS comparve anche sul grande schermo. Nel film “Danny Collins” (2015), Al Pacino interpreta una rockstar ormai sul viale del tramonto e guida proprio una Mercedes SLS AMG, usata come simbolo di uno stile di vita lussuoso e un po’ decadente, perfettamente in linea con il personaggio.

Tra i personaggi reali che ne hanno posseduta una figurano anche Jay Leno, grande collezionista e appassionato di auto, tra i primi a guidarla e acquistarla Cristiano Ronaldo, che l’ha spesso mostrata tra le vetture del suo garageattori e comici come Eddie Murphy e Kevin Hart, attratti dal suo design scenografico

Ma la figura più legata alla SLS resta Michael Schumacher, che non solo ne fu il volto nelle campagne pubblicitarie, ma contribuì a renderla parte dell’immaginario sportivo moderno della Mercedes.

Il sogno arancione: il prototipo C11

Negli anni ’70, quando la 300 SL era già entrata nella leggenda, Mercedes tornò a proporre le porte ad ali di gabbiano su una vettura molto diversa: il futuristico prototipo C111.

Presentato alla fine degli anni ’60 e sviluppato nei primi anni ’70, il C111 era una vera vetrina tecnologica. Verniciato nel suo inconfondibile arancione metallizzato, sembrava un’auto arrivata dal futuro. Linee basse, abitacolo avanzato e portiere ad ali di gabbiano lo rendevano un oggetto quasi fantascientifico per l’epoca.

Non era destinato alla produzione, ma serviva come laboratorio su ruote per sperimentare nuove soluzioni tecniche e motoristiche. Rimasto allo stadio di prototipo, il C111 lasciò però un segno profondo nell’immaginario degli appassionati, diventando una sorta di erede simbolica della 300 SL.

Quando, quarant’anni dopo, Mercedes presentò la SLS, il ritorno delle ali di gabbiano sembrò richiamare non solo la memoria della 300 SL, ma anche l’eco di quel sogno arancione degli anni ’70.

La SLR e la Mille Miglia: l’epopea di Stirling Moss

Lo spirito della 300 SL trovò la sua espressione più estrema nella 300 SLR da corsa, con cui Stirling Moss vinse la leggendaria Mille Miglia del 1955, in coppia con il navigatore Denis Jenkinson.

Moss completò il percorso Brescia–Roma–Brescia, lungo oltre 1.600 chilometri, in 10 ore, 7 minuti e 48 secondi, a una velocità media di circa 157 km/h. Un dato impressionante ancora oggi, ma quasi inconcepibile se si pensa alle condizioni dell’epoca.

La corsa si svolgeva su strade aperte al traffico, tra paesi, curve cieche, dossi e folle di spettatori assiepate ai bordi della carreggiata. Era una gara lunga quanto un viaggio attraverso mezza Italia, percorsa senza vere soste e con un ritmo quasi disumano.Per dare un idea di cosa parliamo riportiamo le parole di Moss di qualche anno fà

“La Mille Miglia era terrificante. Non si poteva imparare il circuito, era troppo lungo. Molti ricordano il mio record: 1597 km a quasi 158 orari di media, ma io citerei l’ultima tappa in pianura. Lì la media fu di 264 orari, su strada normale…”(Moss) ……. da brividi.

La SLS e Michael Schumacher: un omaggio silenzioso

La SLS fu anche un’auto legata al ritorno in Mercedes di Michael Schumacher, sette volte campione del mondo.

Il legame fu reso esplicito nella celebre pubblicità in cui Schumacher guida una SLS in un tunnel compiendo un giro completo a 360 gradi. La vettura nello spot era rossa, un chiaro richiamo al suo passato in Ferrari.

È incredibile come il destino abbia voluto scrivere due storie così diverse per i suoi protagonisti. Stirling Moss, simbolo di un’epoca pericolosissima, morì serenamente in età avanzata. Al contrario, Michael Schumacher, protagonista dell’era moderna e più sicura, fu colpito da un tragico incidente nella vita privata.

Due campioni, due epoche, due destini opposti.

La SLS davanti a tutti negli anni della Safety Car in Formula 1

Per molti appassionati, la Mercedes SLS non è solo una supercar stradale, ma l’auto che per anni ha guidato il gruppo nel momento più delicato di ogni Gran Premio. Dal 2010 al 2014, la SLS è stata infatti la Safety Car ufficiale della Formula 1, una presenza ormai familiare a milioni di spettatori in tutto il mondo.

Il debutto avvenne nel Gran Premio del Bahrain 2010, prima gara della stagione. Davanti alle monoposto più veloci del mondo, la SLS comparve per la prima volta con le sue ali di gabbiano e la livrea argentata, trasformandosi immediatamente in una delle Safety Car più iconiche della storia della Formula 1.

Al volante c’era, come sempre, Bernd Mayländer, il pilota ufficiale della Safety Car Mercedes. Una figura quasi mitologica per chi segue la Formula 1: silenzioso, preciso, sempre pronto a entrare in pista nei momenti più tesi della gara. Il suo compito non è spettacolare, ma fondamentale: guidare al limite per mantenere in temperatura freni e gomme delle monoposto, senza mai commettere errori.

Per cinque stagioni consecutive, la SLS ha svolto questo ruolo nei circuiti di tutto il mondo dai rettilinei infiniti di Monza,sfilando nel glamour di Montecarlo,fino alle notti illuminate di Singapore

Nel 2012 arrivò anche la versione aggiornata SLS AMG GT, ancora più potente e affilata, che proseguì il servizio fino alla fine della stagione 2014.

La vettura era dotata della classica barra luminosa sul tetto e di un abitacolo adattato per le comunicazioni con la direzione gara, ma nel cuore restava praticamente la stessa SLS stradale: lo stesso V8 aspirato, lo stesso cambio a doppia frizione, la stessa brutalità meccanica.

Questo la rendeva speciale. Non era una Safety Car “addomesticata”, ma una vera supercar, capace di girare a ritmi altissimi e di mettere alla prova persino le monoposto quando il ritmo si alzava.

Per cinque anni, ogni volta che in pista succedeva qualcosa, era lei ad apparire per prima: le luci accese, il V8 che ruggiva e la Stella a tre punte davanti a tutti. Un’immagine entrata nell’immaginario collettivo degli appassionati.

Quando nel 2015 venne sostituita dalla nuova AMG GT, per molti si chiuse un’epoca. Non solo quella di una Safety Car, ma quella di una supercar analogica, aspirata e ad ali di gabbiano che, anche davanti alle Formula 1, riusciva a imporsi per presenza e carattere.

SLS e Black Series: il parallelo con la SLR e l’eleganza della versione originale

Con l’arrivo della SLS Black Series, AMG portò il progetto all’estremo. Più potenza, meno peso, assetto radicale, carreggiate allargate e un apparato aerodinamico molto più aggressivo.

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Una vettura pensata per la pista, più che per il viaggio. Un po’ come accadde negli anni ’50 con la SLR, versione estrema e corsaiola rispetto alla più elegante e stradale 300 SL.

Eppure, proprio in questo passaggio verso l’estremo, qualcosa cambia.
La Black Series, con i suoi alettoni, le prese d’aria maggiorate e l’assetto radicale, rappresenta il punto più alto in termini di prestazioni, ma anche una deviazione rispetto alla purezza del progetto originale.

La SLS, nella sua forma standard, è una granturismo moderna: potente, veloce, ma anche utilizzabile, elegante, equilibrata. Una vettura con cui si può attraversare un paese, affrontare un viaggio, arrivare a un evento o a una cena senza la sensazione di guidare un’auto da gara travestita.

Le versioni più estreme, invece, inseguono la logica del tempo sul giro, delle appendici aerodinamiche, delle ali e degli spoiler. Soluzioni tecnicamente efficaci in pista, ma spesso poco coerenti con l’uso reale su strada.

Per chi scrive, la SLS è perfetta nella sua forma originale. Pulita, proporzionata, senza eccessi. Un’auto che non ha bisogno di alettoni per farsi notare, perché basta aprire le sue porte ad ali di gabbiano per fermare il tempo.

In fondo, anche le grandi imprese del passato non si facevano sui cordoli di un circuito.
La Mille Miglia si correva su strade vere, tra paesi, curve cieche e folla ai lati della carreggiata. E lì non servivano ali posteriori o appendici estreme: servivano equilibrio, carattere e una meccanica capace di affrontare il mondo reale.Non è un caso se proprio una delle eredi più estreme di quella filosofia, la Mercedes 300 SLR, è diventata l’automobile più costosa mai venduta al mondo.

Nel 2022, uno dei rarissimi esemplari della 300 SLR Uhlenhaut Coupé, costruiti in soli due prototipi nel 1955 e mai destinati alla vendita, è stato battuto all’asta per circa 135 milioni di euro (oltre 190 milioni di dollari), stabilendo un record assoluto nella storia dell’automobile.

Quella vettura non era una semplice sportiva: era una vera auto da competizione in abiti civili, costruita per Rudolf Uhlenhaut, ingegnere capo Mercedes, che la utilizzava come mezzo personale per i suoi spostamenti. Un’auto capace di superare i 290 km/h negli anni ’50, quando molte strade erano ancora poco più che provinciali.

Un oggetto quasi mitologico, nato come prototipo, sopravvissuto in due soli esemplari e diventato, decenni dopo, il simbolo assoluto del valore storico e culturale dell’automobile.

Forse è proprio questo il senso più profondo della SLS: una supercar capace di emozionare, ma ancora abbastanza civile da poter essere vissuta tutti i giorni. Senza esagerazioni, senza travestimenti da auto da corsa, senza dover spiegare a ogni dosso perché sotto il paraurti c’è mezzo circuito di Nürburgring.

E forse, proprio per questo, la versione migliore resta quella più semplice:
la SLS così com’era stata pensata all’inizio, con le sue ali, il suo V8 e la sua eleganza senza tempo.

Come la 300 SL negli anni della Dolce Vita, anche la SLS ha saputo uscire dal mondo delle prestazioni pure per diventare un oggetto di immagine, stile e presenza scenica. Un’auto capace di passare con naturalezza dai circuiti di Formula 1 ai set cinematografici fino ai garage delle celebrità

Un destino molto simile a quello della sua antenata degli anni ’50, segno che certe icone non appartengono solo alle piste o ai collezionisti, ma all’immaginario collettivo.

Crediti fotografici: Archivio Montini Automobili e immagini provenienti da archivi e fonti pubbliche online.